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PERSONAGGI > VILLAIN


IL MITO
Per scampare alla distruzione portata dal Diluvio Universale, molti esseri appartenenti alla mostruosa progenie ibrida dei Nefilim, creati tempo addietro dagli invasori A-NUN-NAK, trovarono rifugio nelle viscere della Terra. Quei luoghi vennero chiamati in diversi modi. Le profondità delle terre del nord, in cui le più longeve di quelle creature mostruose sopravvissero, si iniziò a indicarle con il nome di "Regno di Hel", la dimora dei morti:

«Delle rune dei giganti e di tutti gli dei, posso dire il vero, poiché in ogni mondo son giunto:
giunsi nei nove mondi fino al Niflhel in basso, presso Hel, dove vanno i morti.»

Da quel luogo oscuro e freddo, arrivò, nel nostro passato, attraversando i secoli, la creatura che divenne il leggendario nemico del santo vestito di rosso.

PASSATO
La leggenda racconta che tanto tempo fa, in inverno, durante un anno di carestia, in un paese di montagna, le famiglie di contadini non avessero di che dar da mangiare ai propri figli. Alcuni di quei padri, accompagnati dai loro figli più grandi, decisero allora di organizzare una sortita in un villaggio vicino, con l'intento di depredarne le cantine. Per non farsi riconoscere e anche per incutere paura ed esser certi di poter agire indisturbati, si travestirono da diavoli con le corna e le pelli delle ultime capre macellate in paese prima della carestia. Durante la scorribanda nessuno, per nessun motivo, avrebbe potuto togliersi la maschera.
L'attacco al vicino villaggio, però, si trasformò in una carneficina. Una figura del gruppo iniziò ad uccidere gli abitanti con ferocia inaudita e nel caos della scorribanda, complice la disperazione e i morsi della fame, la sua efferatezza venne adottata anche dal resto del gruppo. Quando tutto finì, gli uomini tornarono in prossimità del proprio villaggio con il bottino di viveri nascosto nelle sacche. Sulla strada del ritorno, nel silenzio rotto solo dal rumore ovattato dei loro passi nella neve, in ognuno di loro iniziò a serpeggiare il rimorso per quanto compiuto. Quando si ritrovarono a calare la maschere per contare quante provviste erano riusciti a rubare, un tremendo senso di colpa, come una gelida morsa, si era impadronito ormai dei loro cuori. Fu in quel momento che udirono la sua risata di scherno. In fondo al gruppo c'era la figura che per prima aveva iniziato ad uccidere gli abitanti del villaggio. Era l'unico che ancora non si era tolto la maschera, ma presto, con orrore, gli uomini capirono il perché. Quella non era una maschera! Di fronte a loro c'era un vero demone che sorrideva compiacendosi del fatto che si erano macchiati le mani di sangue uccidendo dei propri simili.
Fu allora che la demoniaca creatura propose loro un accordo. Se gli avessero indicato con precisione l'ubicazione degli altri villaggi, e l'avessero accompagnata nelle successive scorribande, avrebbe risparmiato loro la vita. Con il peso nel cuore, quegli uomini, per evitare di condannare a morte certa anche le proprie famiglie, che sarebbero rimaste senza un sostentamento se essi fossero stati uccisi, acconsentirono al patto!
Ciò che ne seguì, nei giorni successivi, fu raccapricciante. Villaggio dopo villaggio, guidato dalla creatura demoniaca, il gruppo saccheggiava portando morte e disperazione. La creatura, inoltre, dopo ogni attacco, non mancava di cibarsi della carne umana, offrendola anche al resto del branco e pretendendo che ne mangiassero per suggellare a ogni occasione il loro accordo. Così, con sempre più i cuori induriti dalla disperazione e dall'odio per ciò che erano diventati, quegli uomini si sentivano ormai come veri e propri demoni.
Per gli uomini arrivo, però, il momento di tornare al villaggio e portare i viveri alle proprie famiglie. La creatura acconsentì, a patto che tornassero indietro il giorno dopo per accompagnarla in una nuova scorribanda che si sarebbe tenuta durante la notte dell'indomani. Per far sì che gli uomini mantenessero l'impegno preso, la creatura giurò che se non fossero tornati indietro entro la sera del giorno dopo, sarebbe andata nel loro villaggio e li avrebbe uccisi tutti insieme alle loro famiglie, risparmiando solo bambini per cibarsene in seguito. Giunti, ormai rassegnati, ai focolai delle proprie case, al contatto del calore dei parenti, gli uomini ritrovarono quell'umanità che avevano perduto. Decisero quindi, di comune accordo, di confessare i loro crimini al parroco del paese, sperando che Dio misericordioso li perdonasse proteggendo anche il loro villaggio dalla sete di vendetta del demonio. Quando il sacerdote accolse le loro confessioni, dopo aver capito che non avevano avuto altra scelta che sottostare al volere del maligno, li tranquillizzò dicendo loro che si sarebbe occupato lui della creatura.
L'indomani, nella notte tra il 5 e il 6 dicembre di un tempo ormai lontano, il demone, furente di rabbia per essere stato tradito, arrivò al villaggio. Gli abitanti erano chiusi nelle proprie case, tutti, tranne uno. Il parroco del paese era seduto, calmo, su una sedia di legno, al centro della via principale e guardava senza timore la creatura di fronte a sé.
Il demone capì subito che non era un comune mortale. Nel suo sguardo, infatti, non traspariva alcun timore. Vestiva come un uomo di chiesa e la creatura capì che il suo coraggio era dovuto solamente alla sua fede incrollabile, che però si sentiva di poter sfidare. E così fece, quando, nel silenzio della notte, con voce roca che echeggiò per tutto il paese, fin dentro le case, tuonò:
«Sei un uomo di fede, vedo, ma io non temo il tuo Dio!»
Il prete, con movimenti lenti, si alzò dalla sedia, e, dopo essersi slacciato l'abito talare, rimase con un completo rosso che ben si sposava per contrasto con la folta barba bianca. L'uomo prese da terra un bastone dorato dalla bizzarra foggia, che era rimasto nascosto coperto nella neve. Oltre a ciò, reggeva in mano anche una lunga catena. La creatura sorrise:
«Quindi? Un bastone d'oro, una catena e la convinzione che Dio ti darà la forza per battermi? Ti dico come finirà questa cosa: tu steso a terra con le viscere infilate in bocca. Poi ucciderò gli uomini, mi passerò una per una le donne del villaggio prima di sbranarle e infine porterò via i bambini... l'inverno è ancora lungo e un po' di scorta non guasta!»
L'uomo, serio, rispose:
«So che non sei ciò che sembri essere. Le tue origini si perdono nella notte dei tempi. Sono giunto in questo villaggio proprio perché ero sulle tue tracce... e alla fine sei stato tu a venirmi incontro, mi hai risparmiato la fatica!»
«Mi stai dando la caccia? Ma chi cazzo sei?!»
L'uomo, sempre guardando dritto negli occhi l'essere, alzò la mano per mostrare meglio la catena.
«Non importa chi sono, ma, piuttosto, sai cos'è questa? Si chiama Gleipnir, è la catena forgiata dell'antico popolo dei nani come arma contro quelli della tua progenie. Può rispondere ai comandi mentali di chi la impugna.»
La creatura era davvero irritata e iniziò a camminare andando incontro all'uomo, con il chiaro intento di ucciderlo. Lo scontro ebbe inizio: da una parte il demone, con la sua prestanza fisica, gli artigli, le corna, nonché una velocità sovrumana, dall'altra l'uomo, con il bastone dorato, con cui sferzava potenti colpi, e la catena che controllava con il volere della mente, guidato da una determinazione incrollabile.
Lo scontro durò poco e per qualche istante la creatura sembrò avere la meglio, ma presto la catena Gleipnir la ghermì senza darle possibilità alcuna di movimento. Il bastone dorato, sferzato con forza contro la testa dell'essere, segnò definitivamente la fine dello scontro. La creatura, ormai a terra e moribonda, venne trascinata per la via centrale del paese, e lo scontro a cui gli abitanti del villaggio assistettero, entrò presto nella leggenda e nel folclore degli anni a venire.

PRESENTE
Nel gelido abbraccio di una caverna nascosta sulle Tre Cime di Lavaredo, la creatura riapre gli occhi. E' ancora incatenata alla Gleipnir e di fronte a sé si erge la figura gigante di un monaco incappucciato che gli parla attraverso il pensiero:
«Bentornato!»
«Maledetti uomini di fede, vi odio tutti! Perché mi hai risvegliato dal mio sonno?»
«Non appartengo a quella Chiesa... sono qui per darti la possibilità di tornare a essere chi eri. Ho il potere di farti dono di un'orda di creature che possiedono le tue stesse sembianze e capacità fisiche. Tu, però, dovrai guidarli. Con il nome di Badalisk, re dei Krampus, ricalcando la leggenda che si è creata intorno a te, tornerai a mettere a ferro e fuoco questo territorio!»
Con un gesto della mano, il monaco scioglie la stretta della catena che ricade nelle mani della creatura che ne avverte subito la forza e il controllo mentale che può esercitare sull'oggetto.
«Questa catena, che ti ha tenuto prigioniero per anni, ora sarà la tua arma! Usala per vendicarti degli esseri umani e di chi giungerà da te nel tentativo di fermarti nuovamente.»
«Stai parlando di quel vecchio bastardo vestito di rosso?!»
«Lui!»
«E tu chi sei?»
«Sono il tuo Signore, il mio nome è Empire! E, esattamente come te, cerco vendetta!»
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