S'ERKITU - Guardiani Italiani

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All'interno del lugubre tempio scavato in uno sperone roccioso dalla forma di una testa antropomorfa, la creatura mutaforma millenaria contempla il teschio che Sa Majarza, la sua servitrice, gli ha posto dinanzi. E’ tutto ciò che rimane del faraone Phaethon. Anni prima, infatti,  Capitan Nova e Dottor Torino, insieme a  Scarab e Black Congo del "Sigillo d'Africa", avevano impedito il ritorno del malvagio principe egizio dopo che questi era riuscito a risvegliarsi dalla morte, prima come mummia, e poi riacquistando il corpo di quando era in vita. L'intervento dei supereroi nella città di Torino, luogo dove era custodita in segreto la mummia di Phaethon, aveva messo fine definitivamente alle ambizioni di quest'ultimo, facendo in modo che la vera tavoletta magica del dio Api, il ponte che aveva permesso al faraone di tornare in vita, venisse distrutta. Un adepto de "La Cupola", una setta satanica con base nel capoluogo piemontese, era però riuscito a trafugare il teschio dal magazzino sotterraneo del Museo Egizio, per poi portarlo in Sardegna. Così,  S’Erkitu, nome con cui le leggende lo identificano, ha di fronte a sé l’unica reliquia di Phaethon, recapitata alla sua servitrice con gli omaggi di "Empire", una figura misteriosa a capo della rinata “Cupola”. Dalle poche informazioni pervenutegli, Empire, che si presenta come "Distruttore dei Guardiani", desidera concedere, proprio a lui, la possibilità di risvegliare nuovamente l'oscuro faraone. S’Erkitu, pur sospettando secondi fini celati dietro quel dono inaspettato, ora ha finalmente in mano una delle chiavi per completare la missione che gli venne affidata millenni prima, ed è intenzionato a usarla!
Trasmigrato dal dio Ptah in forma terrena, Api, infatti, divenne il protettore di Phaethon. La creatura, in qualità di oracolo del dio superiore, aveva accompagnato il principe egizio dopo che questi, costretto a lasciare a sua terra a causa di intolleranza religiosa con una casta sacerdotale, intraprese un viaggio in cerca di nuovi territori da conquistare e popolare. Phaethon, quindi, insieme ad Api, si spostò verso la Grecia in cerca di conquista, ma la sua imbarcazione venne distrutta da una forte tempesta, a causa della quale i due vennero divisi. Sprofondato in mare per via del suo peso, il mutaforma venne tratto in salvo dal popolo dei Tritoni e portato al cospetto del Dio Poseidone. Quest'ultimo, ordinò alla creatura di uccidere Minosse, re di Creta, per vendicare un torto subito, in cambio della libertà e alla possibilità di ricongiungersi con il suo protetto Phaethon, le cui informazioni in suo possesso lo davano vivo in Grecia. Api accettò, ma, una volta raggiunta l'isola, venne scoperto e rinchiuso nel leggendario "Labirinto di Cnosso",  diventando il  Minotauro, letteralmente “Toro di Minosse”. Il leggendario labirinto, però, altro non era che una vasta sezione del palazzo reale e il sovrano, nella speranza di riprendere l'intero possesso della sua reggia, decise di utilizzare alcuni giovani sacrificabili prelevati dalla città di Atene, sottomessa allora a Creta, per farli entrare nel labirinto nel tentativo di uccidere il Minotauro.
All'inizio fu una carneficina, la creatura uccise tutti coloro che gli venivano inviati. Quando, però, giunse alle sue orecchie che sarebbe stato mandato un eroe ad occuparsi di lui, il campione Teseo, escogitò un geniale piano per uscire dal labirinto. Api, infatti, sapeva anche che il giovane era diventato l'amore di Arianna, la figlia di Minosse, e che, a differenza di coloro che l’avevano preceduto, se avesse ucciso il “mostro", gli sarebbe stato concesso di riprendere la libertà verso la sua Atene. Così, quando questi scese nel labirinto con l'intenzione di ucciderlo, forte delle sue doti sovrumane di guerriero, il Minotauro colse l'occasione per fuggire. Ucciso senza troppa difficoltà Teseo, toccò il suo corpo e grazie al suo potere mutaforma ne prese le sembianze. Il resto fu facile e, una volta uscito dal labirinto, dopo aver affermato di aver ucciso il mostro, con il benestare dello stesso Minosse, riprese il mare insieme ad Arianna. Api, però, non poteva mantenere le sembianze del giovane Teseo per molto e, temendo di essere scoperto, approdò all'isola di Nasso piantando in asso la giovane innamorata, così da poter tornare in Grecia a cercare Phaethon sotto altra identità e senza correre il rischio di essere scoperto.
I fatti, però, non volsero a suo favore e Poseidone, che riconobbe da lontano la nave di Teseo, gli venne incontro per congratularsi per la riuscita della sua missione, l'uccisione del Minotauro. Ancora con le sembianze dell’eroe, Api, dialogando con il Dio del Mare, alle parole "figlio mio", scoprì con orrore che Teseo non era figlio legittimo del re Egeo, bensì proprio di Poseidone, che a quanto pare si era divertito anni prima Etra, moglie di Egeo. All’improvviso, accadde l'inevitabile e proprio davanti agli occhi del Dio di Atlantide, Api riprese la sua forma originale! Poseidone non ci mise molto a capire cosa fosse successo e, furioso per la morte del figlio, scatenò una tremenda tempesta con l'intenzione di affondare la nave e il mutaforma negli abissi marini. Per sua fortuna, però, Api aveva portato con sé uno strano marchingegno rinvenuto nelle stanze del labirinto che, da quanto aveva capito, era stato inventato da uno scienziato per essere donato al re Minosse. L'invenzione erano delle ali che sfruttavano l'energia del sole per funzionare e, grazie a queste, riuscì ad abbandonare la nave ormai distrutta volando via, così da mettersi in salvo dirigendosi di nuovo verso l'Egitto. Con Poseidone che ormai aveva scoperto il suo piano, infatti, non era una buona idea riprendere la via per la Grecia; tornare in Egitto gli avrebbe permesso di riorganizzarsi e riprendere il mare, in un secondo tempo, con al seguito un piccolo esercito, per cercare e dare man forte al suo protetto Phaethon, aiutandolo nelle sue mire di conquista. Quando, però, l'Egitto fece finalmente capolino all'orizzonte, qualcosa andò di nuovo storto e il povero Api inizio a perdere quota fino a precipitare rovinosamente sulla costa. L'avveniristico marchingegno doveva essere venuto in contatto con la sua energia vitale e, dopo averla risucchiata, era andato in cortocircuito. Rinvenuto privo di conoscenza, venne dato per morto e i sacerdoti lo avvolsero in bende per poi conservarlo in un sarcofago.
Quando Api riaprì gli occhi si ritrovò attorniato dai sacerdoti dediti al culto della sua figura, ma come presto scoprì, non si trovava più in Egitto, bensì su un'isola al centro di un grande mare ed erano passati secoli da quando si era addormentato nel sonno della morte. Per tutto quel tempo, sebbene Api fosse privo di coscienza, il dio Ptah, a cui ormai non importava delle sorti del defunto Phaethon, si era servito di lui come oracolo per comunicare i suoi dettami ai sacerdoti. Così, in seguito, per continuare ad avere un contatto diretto con il dio Ptah, attraverso l'oracolo, gli stessi sacerdoti, come delegazione religiosa che accompagnava gli Shardana a cui Ramses II aveva accordato la libertà e il ritorno alla propria terra, avevano  portato con sé la creatura, ma, arrivati sull'isola, ovvero l'attuale Sardegna, accadde qualcosa di inaspettato. Quando gli Shardana attivarono il manufatto chiamato "Stella degli Dei", concesso loro dal faraone per aiutarli a proteggere la propria isola da altri popoli invasori, il suono cosmico, con cui richiamarono la luce delle stelle intrappolata nelle pietre per dare forma al guardiano che chiamarono NUR, ebbe l'effetto collaterale di risvegliare anche il dormiente Api.
A quel punto Ptah gli concesse una rivelazione, spiegandogli che Phaethon, ormai morto millenni prima, si spostò dapprima in Grecia e, successivamente, costeggiando i litorali italici, approdò prima in Liguria per poi spostarsi verso nord, decidendo di fermarsi in un territorio dove c’era il fiume Po, che a lui ricordava il Nilo in Egitto. Qui, il principe fondò una città e vi introdusse il culto del dio Api da cui sarebbe derivato, secondo la leggenda, il nome stesso della città di Torino, essendo il dio Api raffigurato come un toro.  Da Ptah venne anche a conoscenza del fatto che il suo protetto principe egiziano aveva fatto erigere un grande tempio, ma che, purtroppo, non avendo lui accanto a proteggerlo, ben presto gli uomini del luogo, temendo le arti magiche dell'egiziano, trovarono il modo di fermarlo, uccidendolo. Per Api, quindi, quel risveglio era stato tragico e senza più una ragione d'esistere in quella forma terrena, ben presto sprofondò nella disperazione più nera. Non era certo neppure d'aiuto la consapevolezza, raggiunta in seguito al tentativo di lasciare l'isola, che era impossibilitato a farlo per via di una sorta di legame con cui era ancorato a quella terra e che sospettava dipendesse proprio dalla Stella degli Dei che, indirettamente, lo aveva riportato alla vita. Se si fosse allontanato dall'isola, quindi, non sarebbe andato molto lontano, spegnendosi nuovamente in un sonno senza sogni.
Tuttavia, dopo l'iniziale smarrimento, la creatura iniziò a ritrovare un rinnovato interesse nelle arti oscure e magiche che erano state a sua volta tanto amate dal suo protetto e di cui, quest'ultimo, nel breve tempo passato assieme, gli aveva sempre parlato con tanta passione. S’Erkitu iniziò quindi a studiare la negromanzia e finì ben presto con l'instaurare un rapporto speciale con la generazione delle streghe che appartengono al clan Sa Koga, istruite alla magia nera sarda di cui anche la creatura diventava sempre più esperta. Soprattutto, in cambio dei più oscuri segreti, l'Uomo Toro forniva i corpi di cui le streghe si servivano per il loro riti. Fu così che, nei secoli che passarono, la figura dell'ormai risorto dio Api e il suo culto, si fusero con quelli pagani dell'isola, in particolare con la venerazione del toro. Era anche ben conscio di quanto egli, attraverso i millenni, aveva man mano incarnato e generato miti e leggende, da quella di Enkidu, l’uomo toro della Mesopotamia nell’epopea di Gilgamesh, a quella del Minotauro, da quella di Ba'al Ammone o anche Ba'al Qarnayn "Il dio dalle due corna", fino a Maimone, divinità legata alle acque e alla pioggia della mitologia sarda. A tutt'oggi, dopo secoli, si sente però definitivamente associato al nome di S’Erkitu, la macabra figura dell’Uomo-Toro delle leggende della Sardegna.
Le arti oscure, non erano le uniche sue passioni. Aveva studiato, infatti, anche la tecnologia insita nella forma terrena con cui il dio Ptah lo aveva creato, tanto che riuscì a trarne un modello per dare vita a un esercito di esseri marini che, ispirati nelle forme alla sua stessa immagine, diventarono gli acerrimi nemici di Poseidone e dei suoi Tritoni, con cui la creatura sentiva di avere ancora un conto in sospeso. Sebbene non li comandasse ormai da tempo, avendo lasciato loro la libertà di gestirsi da soli, e nonostante fossero in numero ridotto rispetto all'esercito dei Tritoni, i guerrieri da lui creati entrarono anch'essi nelle leggende, conosciuti con il nome di Quinotauri, rimanendo nei secoli gli antagonisti del popolo di Atlantide.
Si narra anche che S’Erkitu venne condannato a vagare nottetempo accompagnato da un’orda di figure demoniache, ma la verità è che quelle figure, che ancora oggi formano il suo esercito nascosto nelle numerose cavità rocciose della Sardegna, altri non erano che le mummie viventi degli antichi sacerdoti egizi giunti sull'isola, che la creatura piegò al proprio volere. La vita di S’Erkitu era quindi da tempo orientata verso altro e sia il suo protetto, ormai defunto, che il dio Ptah, che non gli parlava più da tempo, erano solo un lontano ricordo... fino a quando, con sua enorme sorpresa, Ptah tornò a parlargli. Dalle sue rivelazioni, venne a conoscenza che la mummia di Phaethon era ancora a Torino, deposta dentro un sarcofago all'interno del tempio egizio costruito dal faraone, nascosto sotto la Chiesa della Grande Madre di Dio che vi è stata costruita sopra. Il sarcofago, però, era chiuso da un sigillo magico che ne impediva l'apertura. Non potendo muoversi dall'isola, S’Erkitu fu costretto a mandare i suoi adepti che risvegliarono Phaethon grazie all'utilizzo di una tavoletta magica, dedicata proprio al dio Api. Una volta tornato in vita e dopo aver riottenuto anche un corpo di carne immortale, il faraone fu però definitivamente annientato da quei dannati supereroi che, con uno stratagemma, riuscirono a fargli distruggere la magica tavoletta, ponte tra il mondo delle ombre e quello dei vivi, causando la sua morte. Fu solo per colpa loro se non riuscì a congiungersi con il suo protetto né tantomeno comunicare direttamente con lui dopo tutti quei millenni! La tristezza prese quindi di nuovo la sua anima e negli anni a seguire sprofondò ancora nello sconforto. La speranza di vedere i desideri del suo protetto realizzati ormai era sfumata definitivamente e, in quella forma terrena, S’Erkitu si sentiva del tutto inutile!
Quando, però, proprio quel giorno, Sa Majarza si era presentata con in mano il teschio di Phaethon, in S’Erkitu la speranza si riaccese improvvisamente. Il negromante, iniziò man mano a ragionare sui fatti, unendo le informazioni come una sorta di puzzle e intuendo che, forse, visto che il faraone era stato riportato in vita grazie alla tavoletta magica a lui legata, lo stesso risultato lo si sarebbe potuto ottenere con il manufatto che secoli prima aveva risvegliato anche lui. Di quella dannata "Stella degli Dei", però, si era persa ormai ogni traccia, ma per il fatto che egli era ancora indissolubilmente legato a quella terra dalla quale non poteva allontanarsi, il manufatto doveva essere ancora presente sull'isola. D'altronde, essendo stato tramandato dagli antichi Shardana ai loro discendenti, non poteva che essere in mano al clan degli Iliensi!
Sì, ora che ha il suo teschio, per S’Erkitu, trovare la Stella degli Dei per dare un corpo immortale all’oscuro faraone Phaethon e farlo tornare definitivamente dal mondo delle ombre, è solo una questione di tempo!
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